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My Foolish Heart
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Ossigeno per la Pelle
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Credits
martedì, 31 marzo 2009

..well, it's about time..
sabato, 17 gennaio 2009

L’avevo promesso a me stessa.
Avevo giurato che mi sarei presa cura di me, che avrei messo questo cuore sotto una campana di vetro e che l’avrei protetto contro tutto e contro tutti. Avevo deciso che nessuno sarebbe mai stato così importante per vedere le mie lacrime, per asciugarmele dal viso. Avevo stabilito che qualunque cosa fosse successa io mi sarei preoccupata di coccolarmi, di viziarmi. Di accudirmi come si fa con un cucciolo, mi sarei occupata di me stessa come nessuno è capace di fare. Un tempo mi odiavo per avere l’assurda capacità di ricacciare dentro quelle emozioni che bruciano sulla Pelle. Mi odiavo per saper come legare le punte dei sogni alla mia anima, così che nessuno potesse vedere quanto fossero profondi. Prendevo a pugni un muro che avevo costruito da sola e non immaginavo nemmeno cosa avrebbe significato ritrovarsi improvvisamente senza. Un tempo. Adesso non c’è più niente. Ogni singola goccia di felicità viene sistematicamente ricoperta da lacrime, lacrime, lacrime, lacrime. E sembra che io non riesca proprio a trovare un equilibrio, a vivere le storie per come vengono, ad assaporare ciò che di buono c’è senza essere ingoiata dall’angoscia che possa svanire. Sono così fragile che ogni parola mi spezza. Viaggio su un filo con suole troppo lisce per non scivolare. E basta un niente, un soffio, un silenzio, una riga per perdere ogni certezza, per ripiombare sul fondo. Non sono più capace di scrivere per sfogarmi, niente serve perché non so più come fare a cicatrizzare. Vorrei imparare di nuovo a costruirmi, con la pazienza di un tempo leccare ogni ferita e andare avanti come se nulla fosse. Farmi male pur di non lasciar trapelare dagli occhi tutto ciò che sento. Ma tornare indietro non si può, così porto insoddisfatta queste cicatrici sulla Pelle, senza più sapere come si faccia a velarle.
Ed ho tradito me stessa.
domenica, 16 novembre 2008

Seduta accanto ad una grigia malinconia mi fanno compagnia cento pensieri e qualche parola.
La mancanza è così intensa da far male sulla Pelle. Ci sono volte in cui nessun'altra presenza può colmare il vuoto che sento. Nessuna parola riempie, nessun gesto conforta. Ci sono sere in cui questa mia solitudine congenita è avvilente. Non ho niente. E mi chiedo come si parli del niente, come si descriva il vuoto. Perché sta notte è così, io non ho niente. Vivo d’incompletezza e insufficienza. Vivo per la presenza di un’assenza, per quell’odore che sento addosso, per quelle mani dentro le mani. Provo a stendere parole al vento, due mollette legate ad un filo e lenzuola giù a sventolare. Provo a dare un senso a quello che sento, ma un senso non c’è, perché sta notte non c’è niente. E questo niente toglie il fiato, bisbiglia lentamente. Sussurra monosillabi che non posso ascoltare vicino al mio orecchio che non riesce a sentire. Sento la Pelle bruciare, ma il bruciore è niente. Sento la voce tremare, le vene del collo pulsare, gli occhi gridare. Eppure non sento niente. Ho braccia che non posso sfruttare e cuscini in eccesso che non so a chi dare. Mi hanno detto che devo imparare ad aspettare, ed ho risposto che io so sempre cosa fare. Mentivo: non sta notte, non ora che non ho niente, non adesso che mi manchi.
martedì, 28 ottobre 2008

Ci penso a volte quando la sera tiro giù le somme di ogni giornata. La notte instilla pensieri che il sole non permette. Il buio concilia ogni riflessione e plasma le emozioni amplificandone il senso. Ci sono cose per le quali vale la pena riflettere. Non importa soffrire o accettare, ci sono luoghi che prima o poi si devono esplorare. Così sotto questo piumone che copre la Pelle, porto a spasso la testa, le presento il mio cuore e qualche volta lasciandole la mano non posso fare a meno di chiedermi:
se la risposta è Amore, la domanda qual è?
martedì, 07 ottobre 2008

Credo d’aver troppo da prendere e troppo da dare.
Credo d’esserne così gelosa d’aver dimenticato come si faccia a condividere.
domenica, 14 settembre 2008

E’ ciò che si prova dentro una piccola boite de nuit, quando il ritmo frenetico di note buttate a caso s’una consolle, rimbomba nella testa. Se provi ad allontanarti per trovare qualche attimo di silenzio vicino l’uscio, la musica puoi sentirla ancora percorrerti, ma non ti riempie. E resti così in bilico fra la necessità di un vuoto da colmare e il timore che possa inondarti così tanto da non lasciarti il controllo. Tu in pista sei scesa per ballare, non conta quanta gente stia osservando i tuoi fianchi che ondeggiano, non importa quanti attraversino la scia che le tue dita lasciano mentre accarezzano l’aria, ballerai. Leggi invisibili spartiti prillanti fra molecole d’aria, insinuati fra le pieghe della Pelle che respira, e sembrano volerti sussurrare in un orecchio tutto ciò che non avresti nemmeno sperato potesse accaderti.
Vorrei poter scrivere più di quello che riesco a scrivere. Vorrei poter dipingere con le parole sentimenti che non trovano altra giustificazione se non su impalpabili sentieri che sfociano in mare. Vorrei distinguerli uno per uno e stilare una lista di cattivi pensieri per fortificare la selezione all’entrata. Vorrei fare spazio, permettere alla luce di filtrare attraverso il vuoto per illuminare ciò che di pieno c’è e farmi sentire meno sola, a volte. Vorrei sgarbugliare i nodi del mio gomitolo, vorrei smettere di scucire ché prima o poi questo maglione di lacrime e sospiri, di gemiti e sorrisi, questo maglione fatto delle mie mani, lo dovrò indossare per riscaldarmi il cuore. Vorrei essere capace di donare tutto senza pretendere. Vorrei poter dire d’appartenere e sentirlo intimamente. Vorrei mordere quelle barriere che mi separano dal mondo, muri costruiti a fatica, protezioni che io stessa ho alzato con il solo intento di custodire quanto di più prezioso posseggo. Ma certe emozioni restano mie, e non posso trovare il coraggio per lasciar trapelare dagli occhi quegli esponenti al quadrato dove ogni termine noto resta comunque un’incognita.
venerdì, 29 agosto 2008

Quello che voglio adesso è entrare in una stanza qualunque. Una stanza dove non ci sono dettami o princìpi. Dov’è lecita ogni violenza. Voglio entrare in una stanza enorme, stretta e lunga. Voglio che ci siano solo milioni di vasi sui loro fragilissimi piedistalli e milioni di specchi appiccicati lungo ogni parete. E poi un divano morbidissimo vicino l’uscita e un bicchiere di vetro colmo d’acqua fino all’orlo. Voglio che sia tutto immacolato dentro un ordine impeccabile nella sua perfezione. E voglio afferrare saldamente il primo dei vasi e lasciarlo scivolare dalle mani affinché si infranga a terra. Voglio procedere in fretta col successivo per scaraventarlo sul suolo con violenza, voglio sudare per la foga con cui scalcio e mordo. Voglio stremarmi fra i cocci di porcellana, voglio restare senza fiato con le gote rosse. Voglio sentir il cuore in gola e il fragore dei vasi rotti perforarmi i timpani. Voglio che sia brutale e inumano. Voglio che sia cattivo e feroce. Voglio piegarmi spossata sul marmo gelido del pavimento scheggiato. E consumare così gli ultimi respiri singhiozzati fra un ansimare e l’altro. Voglio sentire i nervi dei polsi dolermi e raccogliere le ultime forze perché non si dica che io non finisco ciò che inizio. Voglio alzarmi per raccogliere un frammento di specchio e squarciare la pelle nera del più costoso divano esistente e strappar con le unghie le piume raccolte all’interno. Voglio farne brandelli da distribuire per aria, voglio che lembi raschiati producano un sordo tonfo nel ricadere su ceramica sbriciolata. E infine voglio bere acqua ghiacciata per lavarmi la gola, sentir il gelo fra i denti e gettare il vetro alle spalle così che nemmeno un calice possa fornire testimonianza del mio più segreto intimo sfogo.
venerdì, 01 agosto 2008
“Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo. E quando vi getta l'àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanità di nuovo fa vela”.
[Oscar Wilde]



Mente libera, capelli sbrigliati sulle spalle ondeggiano adagio, il petto selvaggio respira leggero. E dita risalgono piano la Pelle sul braccio, puoi ancora fiutare quell’odore di sale che pizzica appena. Battiti ritmici scandiscono i secondi nei tuoi pensieri. La freschezza ti aderisce addosso, tentacolare fascia i neuroni. È il sentirsi sgombra da ogni questione. Esistono sensazioni che di rado percepisco, alcune rimangono addirittura sconosciute finché un giorno non decidono per caso di presentarmisi innanzi. Così le guardo sospettosamente di sbieco. Mi metto lì, con le braccia incrociate e la scarpetta che sbatte per terra, sospiro un po’.. e quello è il segnale: mi si scatenano addosso. Lo fanno sempre attraverso la Pelle, è un istante così breve ma così intenso da togliere il fiato, brucia quasi violenza. Sottopelle abbracciano i muscoli, scavalcano ogni parete per giungere Lì. Lì dove ciò che sento si fonde con quello che sono. Lì dove un nome non serve e quella freschezza prolifera viva. Lì, in quel luogo selvatico, dove i più primitivi istinti dell’uomo trovano il loro ultimo recondito nido.
giovedì, 24 luglio 2008





Sono giorni che aspettavo. Li progettavo così nel dettaglio che quando mi si sono presentati davanti ho dovuto ingoiarli in fretta e furia senza poter gustare ogni sapore con la dovuta precisione. Senza scrupoli ho divorato mattinate passate al mare e pomeriggi spesi a chiacchierare, ho trangugiato le serate trascorse davanti a una pizza e le notti mondane su sandali dal tacco alto. Avere in fondo un solo pensiero in testa a volte non permette d’esser lucidi. Vivi come se aspettassi qualcosa che possa smuoverti dalla culla avvolta dal pulviscolo dove ti trovi distesa. Vedi solo un colore, rosso. È una patina che ricopre la vita, degli occhiali senza i quali ogni cosa appare squallida e banale. Se vuoi guardare devi vedere rosso. Così se per caso capita di mettere a fuoco e rallentare, si fanno spazio nella testa certe domande che di proposito avevi fin ora celato, per prima a te stessa. Ritorni indietro pian piano, osservi certe istantanee scattate per occhi diversi dai tuoi e ti sembra di vederle per la prima volta. Cerchi dentro quelle immagini pensieri volanti lasciati alle onde del mare da qualche terrazza all’aperto; provi a ricordare emozioni sulla Pelle, quella stessa Pelle che puoi osservare immortalata forse inutilmente su fresche fotografie altrettanto superflue. Prendi per mano la testa e la porti in viaggio per gli ultimi giorni trascorsi. È sete di rivivere ogni dettaglio sfuggito perché annebbiato da quel pensiero, da quella voglia, da quel brivido che senti ancora addosso. E’ una calda sera di fine luglio questa, l’estate si consuma in fretta quest’anno e mai come adesso lascio che sia. Lascio che passi, che trascorra e lavi via il rosso della Pelle bruciata dal sole.
sabato, 12 luglio 2008

Certe volte mi perdo. Che uno si chiede come si faccia a perdersi in se stessi, tant’è che mi capita con una tale ingenuità, disarmante per quant’è spontanea e naturale. E mi sento lucertola: una parte fa male, ed io provo a buttarla via. Solo che il cuore non ricresce e a volte la Pelle ci mette più del previsto a rimarginarsi. Mi dico che sta tutto nella parola tempo. Prendi tempo, datti tempo, ognuno ha i suoi tempi e stratosferiche idiozie simili. Poi più tempo passa e più ti rendi conto che non stai meglio proprio per niente, quella piccola fiammella s’è alimentata con la tua stessa noncuranza ed ora hai un fuoco di paure che ti brucia dentro, non c’è modo di spegnerlo. Che se fosse poi tutto qui, se in fondo il problema fosse solo un banale presagio e nulla più, non ci sarebbero certe palpitazioni nel cuore della notte. Riusciresti a dormire e a sognare magari, con un po’ di fortuna. Ma niente è mai semplice come si vorrebbe, così logora la consapevolezza d’essere impotenti, si insinua, deridendo si infiltra, si snoda fra articolazioni e tessuti connettivi, aderisce alle mucose, sfonda le porte di un equilibrio già precario di suo e prolifera col sangue per ogni ramificazione venosa. Vedi la sabbia scivolarti fra le dita, il terreno sgretolarsi sotto i piedi e l’unica àncora capace di dare sollievo devi cercartela dentro.
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